Sfaccettature, Luci e Riflessi
Percorsi a "passo d'uomo"
Cogli l'attimo
giovedì 19 luglio 2007
Ieri mattina ho accompagnato Tommy all'open day dell'accoglienza per fargli conoscere la sua futura scuola media.
Tra le varie iniziative c'era anche la pesca, dove ho vinto il libro di Nomi Eve, il Frutteto di Famiglia. Una magica saga che abbraccia quasi duecento anni nella vita di un'incredibile famiglia: un affresco di vita ebraica pieno di nostalgia, intelligenza, humor e sensualità. Un romanzo che si distende in un tempo e un luogo dove l'immaginazione è più forte di ogni verità, dove il confine tra mito e storia si è quasi dissolto: Gerusalemme dall'inizio dell'Ottocento a oggi. Hanno lasciato la Mitteleuropa per trasferirsi in Palestina, si sono mescolati con la storia d'Israele e sono sbarcati, dopo sei generazioni, in America. Da quel libro ho tratto, "a colpo d'occhio", la citazione per dire chi sono... ho colto l'attimo e ho aperto il blog.
Ringrazio la mia nipotina Iaia per avermi aiutato e la invito a conversare sul blog. Ringrazio anche Pietro, un ragazzo troppo sveglio, che mi salva sempre all'ultimo momento.
Nomi_Eve_small2Il ricordo di una gioia e il ricordo di un dolore: compagni di strada quotidiani inseparabiligiovedì 19 luglio 2007 1.30penna
Lunedì pomeriggio sono andata con i ragazzi in giro per mercatini di videocassette e libri usati alla ricerca di un vecchio film, che abbiamo trovato, “Di chi è la mia vita” (connessione con Piergiorgio Welby…).
Abbiamo incontrato una gentile anziana signora inglese la quale, per caso, ci ha raccontato che le parole del canto “White Christmas”, la cui musica è di Irving Berlin, sono state scritte per il film “Bianco Natale” con Bing Crosby.
“Bianco Natale” è un forziere stracolmo di grandi classici di Irving Berlin, tra i quali “Count your Blessings instead of Sheep”, “Sisters”, Blue Skies”, e l’amata canzone di Natale “White Christmas”. Due talentuosi cantanti e ballerini (Bing Crosby e Danny Kaye), si mettono in società, subito dopo la guerra, per diventare delle stelle dello show. Un inverno, uniscono le loro forze a quelle di due sorelle, anch’esse attrici, e vanno in Vermont per trascorrere un bianco Natale. La vera avventura comincia quando Crosby e Kaye scoprono che l’albergo appartiene al loro vecchio generale dell’esercito che, purtroppo, sta attraversando un difficile momento… di solitudine… ma ci sarà uno splendido dono di Natale che farà rivivere il generale… il risultato ha la stessa magia dei sogni…
Poco dopo mi è capitato tra le mani un vecchio libro che per due volte ho “perso” e per tre volte ho ritrovato: “Il Natale del 1833” di Mario Pomilio. Il libro prende avvio dall’omonima lirica del Manzoni, abbozzata quasi di getto sull’onda del dolore causatogli dalla morte, il 25 Dicembre 1833, di Enricheta Blondel, la sua adorata prima moglie. Lirica rimasta incompiuta nonostante i ripetuti tentativi per ultimarla: dai versi traspare una mortale stanchezza e un inappagato desiderio di consolazione…
La gioia e il dolore: gli inseparabili...
“Quando siete contenti, guardate in fondo al cuore e saprete che ieri avete sofferto per quello che oggi vi rende felici. E quando siete tristi, guardatevi in cuore e v’accorgerete di piangere per quello che ieri fu il vostro diletto”…
Colgo l'occasione per segnalare una intrigante mostra sul Manzoni allestita negli spazi espositvi della biblioteca privata di via Senato.
Intrigante è anche un libro della Natalia Ginzburg, La famiglia Manzoni.
Il link si riferisce ad un bell'articolo pubblicato sul Corriere della Sera:
http://www.corriere.it/vivimilano/arte_e_cultura/articoli/2006/10_Ottobre/11/manzoni.shtml
Questa mostra ha anche l'intento di valorzzare il fondo bibliografico di questa Biblioteca di Milano.
La forza, la verità e l'ispirazione che la natura può dare...giovedì 19 luglio 2007 1.29Entro primavera pianteremo circa cento alberi nel campo della cascina, tra cui querce, liliodendri, faggi e molti altri. Giovedì abbiamo iniziato a piantarne alcuni.
Credo che questa sia un’esperienza pressoché unica o quantomeno irripetibile per i nostri ragazzi. E’ stato un momento collettivo significativo.
Non ho potuto non ricordare quel breve ma intenso piccolo libro di Jean Giono, “L’uomo che piantava gli alberi”.
Rileggo nella presentazione:
“Scoprii la storia semplice e toccante dell’uomo che piantava gli alberi per puro caso, molti anni fa.
Durante una delle sue passeggiate in Provenza, Jean Giono ha incontrato una personalità indimenticabile: un pastore solitario e tranquillo, di poche parole, che provava piacere a vivere lentamente, con le pecore e il cane e che, con molta fatica e nessun tornaconto personale, si dedicava tenacemente a piantar querce in una landa desolata. […] Ogni albero è la dimora segreta di mille creature appariscenti o sconosciute, sorprendenti o sfuggenti, in quella rete fittissima di rapporti che forma le fondamenta e la vitalità stessa dell’equilibrio ecologico. Ogni albero sprigiona colori inarrivabili, suoni indecifrabili e profumi sconosciuti in ogni ora del giorno e della notte e nelle varie stagioni. Ed anche dopo la morte, i rami caduti, i tronchi in disfacimento, e i ceppi marcescenti offrono asilo e nutrimento alla più varia, ricca e preziosa comunità vivente. La natura rinasce senza fine, rinnovandosi continuamente; sempre diversa, eppure sempre uguale a se stessa. Ogni albero racchiude una storia, un mistero, una memoria del passato. E offre ispirazione e creatività a quanti sappiano guardarlo con occhio giovane, libero e aperto. E il prodigio dell’albero si riflette nella stessa mente e nel cuore dell’uomo. “ Ogni giorno quell’albero mi dà pensieri di gioia” cantava un antico poeta cinese. Mentre uno dei santi Padri della chiesa ammoniva: “Troverai più nei boschi che nei libri”. Due messaggi forse lontani dalla nostra frenetica vita di tutti i giorni, ma su cui varrebbe la pena di riflettere un attimo”.
morella con orione
Tessere fili...giovedì 19 luglio 2007 1.27Natale è un bambino che tesse fili.
Da quando è nato tesse fili, mette in comunicazione storie.
Dentro l'umanità.
Anche a noi è data la possibilità di tessere fili... dentro l'umanità... ogni giorno...
Buone giornate!
orditura_small
(orditura di un vecchio tetto della cascina ristrutturato)Elogio alla lentezza...giovedì 19 luglio 2007 1.262006_1228Image0005
Tutte le mattine, quando accompagno “quiti quiti” a scuola, in macchina passo per uno scorcio di una diramazione del Naviglio. Questa visione, con la nebbiolina a mezz’aria che cèla imperfezioni, ogni volta cattura per pochi istanti la mia attenzione, bella, mi dico, ma subito devo passare oltre. Una mattina ho fermato velocemente l’immagine con un cellulare, ma la brùma l’ha resa offuscata. Così oggi, a piedi, con calma, sono tornata, ho fotografato questo scorcio e mi sono soffermata a “sentire”… un’energia in movimento che rende questo corso d’acqua sempre diverso senza smettere di essere se stesso… e ho riscoperto la dimensione della lentezza… . A pochi giorni dalla fine di un altro anno, dove talvolta avverto il disagio della vita che fugge senza lasciarmi il tempo di guardarla in faccia, ogni mattina questo corso d’acqua è e sarà un invito a “rallentare il ritmo”, a sintonizzare il mio respiro su quello delle cose, delle persone... delle conoscenze, delle esperienze, di cui talvolta si diventa consapevoli a posteriori, ma che sono soltanto astrazioni dell’originario, della vita vissuta…
E se da una parte la possibilità di non soffermarsi, di dimenticare è una grazia, dall’altra la memoria e la riconsiderazione dell’insegnamento appreso fanno parte di una vita consapevole e responsabile. Modi di sentire in un mondo sfaccettato...giovedì 19 luglio 2007 1.47P1390417
In questi giorni, l’ascolto piacevole di musica "buona" mi ha rimandato ad un libro particolare di Hannah Merker, IN ASCOLTO. Modi di sentire in un mondo silenzioso… dove anche la sofferenza è un mondo silenzioso… E’ una ricerca e una riflessione autobiografica sull’importanza del suono nella vita delle creature di questo pianeta, è l’avventura di una donna che ha perduto l’udito all’improvviso e ha scoperto il suono del silenzio…
Riporto alcuni pensieri.
“… Il suono si fa strada fino al nucleo stesso del nostro essere. E la prova è che nei più intimi recessi dell’anima se ne trovano delle tracce impigliate come logori stracci. Ecco perché, inaspettatamente, possiamo sentire suoni che nessuno percepisce… Una volta cessati gli stimoli sensoriali come nella sordità, o appiattita l’attenzione come nella depressione, i ricordi sonori riaffioreranno, tenaci erbacce, alla luce del sole di una consapevolezza cosciente.”
“Per ascoltare è necessario entrare attivamente e con fantasia nella situazione dell’altra persona, e cercare di capire un modello di riferimento diverso dal nostro… .
La vita si è fatta complessa. Non possiamo più, semplicemente, assorbire e rispondere. La conversazione non corre magari il rischio di esaurirsi, al di là della capacità di continuare a servirsene? Presto, forse, rimpiangeremo i bei tempi andati dei grugniti inarticolati e dei suoni senza senso, mescolati con gesti corporei simbolici del pensiero. O forse scopriremo che l’ascolto è una cosa che accade quando ti prendi il tempo per guardarti attorno, per restartene immobile la sera, per meravigliarti della mattina. Ascoltare significa essere cosciente, osservare, attendere con pazienza il successivo segnale di comunicazione. E ancora, come chiunque abbia difficoltà di parola o udito può spiegare, ascoltare non sempre si riferisce a una comunicazione uditiva.
Allora come possiamo ridefinire "l’ascoltare” perché possa includere tutti gli eventi interattivi che si verificano quando una persona sorda o con un deficit uditivo parla con un amico, passeggia da sola su una spiaggia, occupa il suo posto nel mondo in un qualsiasi giorno specifico? Le orecchie di una persona così non colgono molte cose. Ma quella meraviglia che è il corpo umano sembra voler volare al di là di questo vuoto. Quando tutta l’energia sonora della Terra è ricevuta come un sussurro, altri sensi si affinano e afferrano gli indizi di comunicazione che abbiamo dimenticato, nella fretta di vivere. Ascoltare diviene un atto visuale, tattile, intuitivo.
Ascoltare… forse… è solo una mente consapevole… .”
“A un certo punto dichiari alla musica, ai boschi, al mare, alle montagne, al mondo: “Ora sono pronta. Ora mi fermerò e sarò tutta attenzione”. Ti svuoti e aspetti… nella memoria… attraverso il tempo… leggendo… ricordando… ascoltando… Aspetti, e dedichi tutto il tempo della tua vita ad ascoltare.”Proiettati verso le ultime ore del 2006...giovedì 19 luglio 2007 1.21Pietro, quel ragazzo troppo sveglio, questa mattina ha sfoggiato modi di procedere verso le ultime ore del 2006... dice che serve, però, un pavimento liscio...
moonwalking
Una nostalgia che lavora nelle ossa...giovedì 19 luglio 2007 1.20la calma necessaria alla lettura
Oggi ragionavo sulla connessione nostalgia-senso di colpa e ho ripreso tra le mani un romanzo di Eliette Abécassis, Mio padre.
E’ un “canto d’amore di un’esistenza sprecata…” che riempie il cuore di una nostalgia sorda… .
“Questo libro non dovrebbe sfuggire all’attenzione di chi, fortemente condizionato dall’autorità della figura paterna, ha faticato non poco per affrancarsi dall’imperio delle sue norme, convinzioni e manie. Il desiderio eccessivo di compiacere le aspettative del genitore si sovrappone all’inestirpabile bisogno di ricevere conferme e approvazione… fino al "fallimento" della propria esistenza… Héléna maschera l’umiliazione della sconfitta nell’illusione dell’amore, “menzogna” facile e insieme seducente che finisce col ridurre entrambi in una condizione di reciproca dipendenza. Lei soccombe al vincolo emotivo in forza del quale giunge a legittimare il comportamento intransigente e dispotico del padre per non precipitare nella paura dell’autosufficienza; lui dipende, quanto al riconoscimento del proprio potere, dall’asservimento della figlia e detta leggi in nome di delusioni e amarezze accumulate in un passato che i suoi stessi principi giudicano scomodo.” (Tratto dalla rivista: Leggendaria. Libri letture linguaggi).
Eliette Abécassis scrive:
“… Mio padre era libraio. Viveva tra i libri. Arrivavano i clienti e gli facevano domande, e lui rispondeva. Viaggiatore della mente, poteva trasportarsi in qualunque paese e in qualunque secolo. Aveva il dono speciale di dare anima alle epoche lontane e di portarle in vita, grazie a una sorta d’intuito profondo. Di ogni cosa, parlava con entusiasmo. Mio padre era così: un traghettatore, un animatore di vite, uno che regalava sogni, un viandante della Storia. Con l’intuito e la deduzione mio padre regnava sulle parole e sulle cose. E io l’ascoltavo, come se il tempo si fermasse, lì, alle porte della sua memoria, sulla scalinata da cui guardava l’orizzonte, da cui meditava, da cui m’insegnava le parole e le cose. Nel suo negozio minuscolo, i libri vecchi e recenti si ammonticchiavano come le foglie d’autunno, su cui soffiava il vento delle sue parole. In un cantuccio, io l’aspettavo. In quei momenti, non ero sola. ... Mio padre non ha mai scritto libri: lui era uomo di parole. Me ne sono sempre rammaricata, perché temevo che le sue parole non rimanessero. Ero terrorizzata al pensiero della sua morte. Ritrovando iscritte in me le frasi di mio padre, mi sono resa conto che il libro di mio padre ero io; così come i libri sono figli dello scrittore, i figli sono i libri dei padri: l’immortalità di mio padre ero io. Mio padre mi ha insegnato che il linguaggio è essenziale per l’uomo: le parole sono i padroni del pensiero. Mio padre diceva: non bisogna dimenticare che abbiamo degli avi. Mio padre diceva: la presenza del nostro passato è così vicina che basta tendere la mano per toccarlo. Mio padre diceva: non si può essere felici, si può essere contenti. … Mio padre era un uomo che custodiva bene i suoi segreti. Un uomo capace di nascondere l’esistenza di un figlio per un’intera vita… . E io, che portavo il nome di colei che lui aveva amato, Héléna, e non lo sapevo, quale ruolo avevo avuto in quella storia? Credevo di essere sua figlia, e per lui ero l’altra. Credevo di essere suo figlio, ma lui aveva un figlio. La mia vita intera non era altro che una menzogna di mio padre?... Quella paura della morte era la paura della scoperta del mio passato, era la paura del vuoto che incombeva su di me, era paura della morte di mio padre, la sua morte simbolica. ... No, mio padre non era stato felice: a causa mia. Io ero il figlio che gli aveva impedito di conoscere la felicità. Ero il figlio che gli aveva tolto l’altro. E portavo il nome di Héléna, perché io ero al suo posto, perché avevo assunto il ruolo di madre, di moglie e di figlio. Era la ragione per cui avevo trascorso la mia vita a cercare di renderlo felice, a riparare l’errore della mia nascita essendo madre, moglie e figlio. Infatti senza saperlo, e sapendolo, portavo il segno del suo amore. Portavo il suo nome, il nome di Héléna. Grazie a me, lui poteva restare fedele al suo giuramento, soltanto pronunciando ogni giorno il nome di Héléna, che lui amava e odiava al tempo stesso. Oh come ricordo i passi di mio padre che arriva alla porta… che mi bacia la mattina prima di uscire e tornando a casa, posandomi le mani sulla fronte, mentre io, seduta, l’aspettavo. Ricordo quel padre immerso nei libri, perso in fantasticherie, che leggeva per astrarsi dal mondo e vivere un’altra vita perchè odiava la propria. E ricordo i suoi passi di ritorno dalla libreria, passi lenti, faticosi… Ricordo la tavola, ben apparecchiata, e le conversazioni spirituali, e d’un tratto, quel sorriso fisso, triste, perché quella non era la sua tavola, non era la sua casa, e quello non era suo figlio. Ricordo il pianto di mio padre, tutte le volte che lo lasciavo: era per Héléna. Io ero il suo dolore quotidiano, ero la prova del fallimento della sua vita, ero la sua più grande sventura. ... Oggi mio padre è morto. No, non ho rimpianti, E’ la mia vita che rimpiango. Oggi, vorrei tanto risalire indietro nel tempo e, con un esperimento mentale, ritrovarmi giovane. Ma so che ciò non accadrà, che il tempo è tanto più irreversibile quanto più noi siamo irreali e incompiuti..”. Il segreto supremo della vita...giovedì 19 luglio 2007 2.05convivialità
Oggi ho sentito la necessità di rileggere una pagina tratta dal libro autobiografico di David Maria Turoldo, La mia vita per gli amici.
In questa pagina scrive:
“… Il libro che più mi ispira è il volto umano, fino al punto che non riesco a parlare, e nemmeno a formulare un pensiero, se non mi sta davanti qualcuno: almeno uno, un essere vivente; allora sono sicuro che il discorso si snoda in tutta abbondanza, come un torrente, a volte in troppa piena. Mi succede così quando predico, ad esempio: pur dopo anni e anni di praticaccia. E’ così: non mi viene la parola se non mi rappresento qualcuno in ascolto o che mi parli. Anzi, è questa la ragione per cui quasi tutto il mio scrivere si svolge in forma di colloquio: è sul filo dell’io e del tu che si snoda il discorso. A osservare bene, tutta la mia poesia è un colloquio.
No, non c’è praticaccia che tenga: se non guardo in faccia la gente, non riesco a parlare.
Sì, il mio primo libro è la faccia dell’uomo. Sono uno dal colloquio a vivo, più che di lettura, anche se il desiderio di leggere mi perseguita con graffiante nostalgia: uno dei tanti desideri che mi lampeggiano dentro, da sempre.”.
Ad arricchire riporta un pensiero di Emmanuel Lèvinas:
“… “Il faccia a faccia con l’altro”: è lì che è racchiuso il segreto supremo della vita: nel volto che abbiamo di fronte ma che mai riusciremo ad afferrare per intero… ”.
Mi abbandono ad un ricordo. Negli anni ’80 ho fatto un sogno: una sera percorrevo una stradina di campagna con la mia cinquecento e ad un certo punto vidi David Maria Turoldo fermo al ciglio della strada che faceva l’autostop. Gli ho dato un passaggio, verso dove e cosa ci siamo detti non l’ho ricordato. So solo che mi ha tenuto compagnia per tutta la notte.
Il pensiero divide, la nostalgia unisce...giovedì 19 luglio 2007 1.15immagini fuoco al buio 001
Oggi un “mondo” di blogger mi ha fatto prendere in mano il testo Dizionario della memoria e del ricordo di Nicolas Pethes, Jens Ruchatz e l’occhio si è fermato ancora una volta sul termine nostalgia… che connessioni… .
Riporto:
nostalgia Sentimento di rimpianto malinconico verso ambiti di esperienza del passato, che sorge da un’insoddisfazione nei riguardi del presente. Il concetto di nostalgia fu coniato, nel 1688, dal medico svizzero J. Hofer, per indicare il cambiamento di condizione corporea (febbre, morte) e psichica (svogliatezza, mancanza di appetito), causato dalla perdita della patria e dal cambio di clima, dei soldati svizzeri di servizio nell’esercito francese. Nel XVIII secolo l’analisi scientifica del fenomeno ha accostato la nostalgia, in quanto condizione patologica, alla depressione e alla malinconia. Intesa nei termini di una critica della civiltà, come protesta contro la disumanizzazione del moderno mondo della vita dominato dalla razionalizzazione, la nostalgia è stata ritenuta anche la prova della superiorità morale di “coloro che rimanevano indietro nella civilizzazione”. Mentre nel XVIII secolo la nostalgia riguardava ancora un concreto e reale oggetto perduto o una patria, nel XIX e XX secolo, in quanto indefinito sentimento di rimpianto malinconico, non ha più riferimenti geografici, ma si presenta come un ricordare in maniera sincretica luoghi e periodi diversi. In tale confluire di immagini e sensazioni nella rappresentazione del passato, agiscono filtri culturali ed estetici che condizionano la costruzione di un immaginario nostalgico e danno coesione al passato che si presentava come uno sfondo frammentato. Tali filtri vengono oggi sempre più costruiti e commercializzati dal mercato come mode nostalgiche. Il paradigma della nostalgia si basa su una comprensione della storia come decadenza ed esperienza di perdita della totalità (paradiso); esso necessita di oggetti concreti (souvenir), con i quali diventano possibili i legami con una tradizione immaginaria. La nostalgia non si riferisce né a un passato precisamente definito, né si propone una completa fuga dal presente. Piuttosto, trasforma il presente, lasciando emergere oggetti, suoni, immagini, sapori e gusti, che essa attribuisce al passato. Le reminiscenze così evocate costruiscono un’atmosfera diffusa di sano mondo passato come oasi di pace, da cui la personalità frammentata riceve un senso di equilibrio interiore, di continuità e di identità coesa. La nostalgia cerca di conservare l’ordine noto degli oggetti e di consolidarne il contesto in termini di conoscenza empirica. Pertanto, essa può essere intesa come una reazione alla mutevolezza del mondo esterno, che mette in questione consolidati ambiti del sapere e il loro accesso alla memoria facendo ricorso a una semantica naturalistica. Mentre i fenomeni nostalgici del declinante XIX secolo sono posti in connessione con la nascita degli Stati nazionali (nazione), con la scoperta di tradizioni e con l’idea di comunità come “nostalgia intenzionale costruita artificialmente” (Naim 1988, p. 168) e indice di modernità, gli attuali fenomeni di nostalgia appaiono come prodotti istituzionalizzati globali del capitalismo transnazionale, come “fittizia nostalgia consumistica” (Robertson 1990, p. 55). La nostalgia va vista, oggi, soprattutto in connessione con i processi di globalizzazione , con le esperienze di migrazione e con i rivolgimenti sociali, che sempre più svalutano la competenza e il sapere esperienziale acquisito… . L'orma...giovedì 19 luglio 2007 1.13Lo scrivere
Ritrovo, tra vecchie carte, una poesia, scritta da un mio professore di grafoanalisi, che trascrivo:
La mia scrittura
è l’orma
L’orma… è il racconto
impresso e silente
del mio viaggio
e dice donde
e dove vanno
questi miei passi
incerti o calzanti
Tra i pascoli di questo cuore
vedi il tratturo
scavato dall’orme di un gregge
dalla malga al torrente
dalla sorgente al prato
24.1.1986
Frammentigiovedì 19 luglio 2007 1.11prisma 2002
Riflettendo sul “tempo e sulla sua tutela… per farsi del bene e per proiettare fuori questo bene… “, a partire dal mio tempo e dalla mia “vita compatta”, mi sono scaturiti altri pensieri:
“sull’ansia di… , sul “ritrovare il tempo” per… , sulle risorse, sull’energia vitale, sul ciclo vitale, sulla capacità di mantenere un equilibrio stabile nonostante il variare delle condizioni esterne, sull’evoluzione… “.
Ho ricordato anche le parole di una canzone del Signor G..
Riporto solo alcuni frammenti di questi pensieri che mi risuonano dentro.
“La mia mente usa il mio corpo come zavorra e si incazza quando il corpo si ammala!”
Quadro “clinico” Quadro evoluto
- problema - obiettivo
- difficoltà - risorse
- perché - come
- fallimento - feedback
Le tre fasi del processo evolutivo:
- decondizionamento
- riappropriazione
- realizzazione
La canzone
“Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.
Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli RIEMPITE IL FUTURO…”
Giorgio Gaber Quando l'arte cattura gli ultimi istantigiovedì 19 luglio 2007 1.08Oggi il Corriere della Sera alla pagina Eventi segnala la Mostra sul pittore Silvestro Lega a Forlì: Ritratto di un romantico. Tra intimismo e colore, un legame con il ‘400 toscano.
“Poetico osservatore della vita domestica ma anche fervente patriota: con uno degli artisti di punta dei Macchiaioli si celebra una fase gloriosa della pittura italiana ottocentesca.
La generazione di Lega visse tra due epoche: prima la febbre del nazionalismo, poi i problemi e il disincanto dell’unificazione”.
In questa occasione Francesca Bonazzoli lascia una testimonianza: Quel Mazzini morente e l’arte degli “ultimi istanti”.
Riporto:
Dal volto di Agamennone alla moglie di Rembrandt: un tempo era normale quel che oggi è "sconveniente"
Mazzini morente
“Immaginate la scena: è il 10 marzo 1872, a Pisa Giuseppe Mazzini, da tempo gravemente malato, provato dall’esilio e dal carcere, muore nella casa di Nathan Rosselli, dove si era recato sotto il falso nome di dottor Brown. Appena avuto la notizia, Silvestro Lega, che all’epoca ha 46 anni, si precipita a rendere omaggio alla salma del suo eroe e non dimentica di portare con sé matita e taccuino. Possiamo immaginarcelo, silenzioso e assorto, prendere una sedia, accomodarsi di fronte al morto e cominciare a guardarlo finchè, lentamente, una linea dopo l’altra, comincia a tracciare con la matita il volto del vecchio Mazzini sulla carta.
Una simile scena, oggi, sarebbe considerata sconveniente: la morte va nascosta, protetta dagli occhi di chi non è più abituato ad affrontarla in casa come una presenza famigliare, ma relegata a episodio estemporaneo negli ospedali o, al massimo, trasformata dalla televisione in anonima carneficina.
… Eppure, da Leonardo in su, gli artisti hanno sempre frequentato la morte traendone disegni dettagliatissimi, come riproduzioni fotografiche. Il più elegante pittore del gotico cortese, il Pisanello, ci ha lasciato per esempio una serie di studi di impiccati. E’ del tutto legittimo immaginare, nei giorni delle esecuzioni cittadine, frotte di pittori intenti a disegnare sotto i patiboli l’agonia dei condannati che poi tornava, impreziosita dalle luminose tonalità della foglia d’oro o del blu di lapislazzoli, negli altari delle Chiese, sotto forma di santi martiri.
Dunque il nostro Silvestro Lega, irreprensibile pittore di signorine, non trovò nulla di strano nel sedersi accanto al cadavere di Mazzini e mettersi a ritrarlo. Non faceva altro che ripetere l’identico gesto compiuto nel passato da generazioni di artisti.
… Anche Rembrandt, pur avendo ritratto diverse volte la giovane vitalità della moglie Saskia, non rinunciò a immortalarne l’agonia e sicuramente lei non trovò nulla di crudele nel fatto che il marito stesse lì a disegnarla infossata tra il cuscino e le coperte mentre lei esalava gli ultimi respiri.
… Evard Munch si dedicò alla morte della sorellina Sophie, abbattuta dalla tisi, una scena che ogni famiglia aveva in casa in quella che fu chiamata l’epoca dei cuscini.
Lo scopo non era solo quello di trattenere un ricordo della persona amata: in cuor suo, infatti, ogni artista sa che certi ultimi istanti possono assurgere a un valore artistico universale; trasformando in quadro gli ultimi drammatici momenti di vita di John Kennedy, Andy Warhol ha fatto la stessa operazione di Silvestro Lega, Rembrandt o Munch: affidare la vita di una persona all’immortalità dell’arte, trasformando così un volto in un’icona”. Parole e musicagiovedì 19 luglio 2007 1.05Suonatrice di liuto
“Mia cara cetra vieni…
soltanto a te dirò delle mie pene,
soltanto a te dirò dei miei dolori”
Wolfgang Amadeus Mozart, Lied K 351
“Opus divinum est sedare dolorem”, dicevano gli antichi. Divino, certo, ma anche meravigliosamente umano.
“La capacità del canto di esprimere, di farci sentire, di farci vivere con forza inimitabile quella che Fogazzaro chiamava “l’occulta bellezza del soffrire” è fuori discussione: ogni tempo e ogni paese ce ne hanno lasciati “momenti” memorabili.
Parole e musica: un binomio antico quanto il mondo.
Là dove si arresta il potere delle parole, comincia la musica (Richard Wagner).
Qualcuno potrebbe forse rimproverare a Wagner un pizzico di parzialità “professionale”, ma dello stesso parere di Wagner era anche un grande poeta, ispirato artefice di versi incantatori, come Rainer Maria Rilke, che riconosceva alla musica, appunto, un potere superiore a quello delle parole più sublimi. Il rapporto che intercorre, nel canto, tra la parola e la musica è stato oggetto nel corso dei secoli di discussioni talora accanite sulla “supremazia” dell’una o dell’altra, discussioni nelle quali le posizioni personali erano spesso influenzate da motivi filosofici, etici o estetici.
Non è questa la sede per fare una completa rassegna di queste posizioni, che risulterebbe prolissa e noiosa. Ne ricordiamo a titolo di esempio soltanto qualcuna. Contrapponendosi a Gluck, il riformatore dell’opera lirica, che poneva la musica al servizio della poesia, Mozart sosteneva invece che la poesia deve essere “figlia obbediente” della musica e in una delle innumerevoli lettere al padre scriveva: “L’ideale sarebbe che un buon compositore incontrasse quell’araba fenice che è un buon poeta… “ (ma non aveva ancora incontrato Lorenzo Da Ponte… ).
Goethe, che pur poneva la musica così in alto “che nessun intelletto può raggiungerla” era del parere che la musica priva di parole “è come un uccello variopinto o una farfalla che ci svolazzino innanzi” e che “solo il canto si eleva come un genio fino al cielo”. Per Schopenhauer invece, che fu un acuto analista dei rapporti tra parola e musica e per il quale “sia l’una che l’altra sono espressioni diverse della stessa intima essenza del mondo”, la musica non deve piegarsi al significato delle parole e soltanto la musica strumentale (priva, appunto, di parole) può essere considerata “pura”, in quanto scevra di mescolanze “che ne alterino la limpidezza avvicinandola a forme espressive che non le sono proprie”.
Ritenendole “espressioni diverse della stessa intima essenza del mondo” Schopenhauer aveva di certo ragione: la poesia si rivolge anche alla ragione, oltre che alle emozioni, con un suo concreto contenuto concettuale; la musica è invece un’arte “asemantica”, che si rivolge prevalentemente alla sfera emotivo-sensuale in modo astratto e che non può comunicare avvalendosi dei mezzi del linguaggio comune destinati ad esprimere idee ben definite.
Proprio per questo però – come sostiene il Fubini nella sua “Estetica musicale” ricollegandosi a Schopenhauer – essa coglie una realtà più profonda, l’essenza della realtà, l’Idea e l’Infinito con l’iniziale maiuscola. Questa “astrattezza” della musica, questo suo porsi al di sopra e al di là dei normali mezzi di comunicazione del pensiero, era stata percepita anche da Alessandro Manzoni, secondo il quale “la musica non esprime nessuna idea, ma ne fa sorgere a migliaia”. E Stendhal, per cui la musica arriva al cuore “ sans traverser pour ainsi dire l’esprit”, sosteneva che essa crea nell’animo umano segrete corrispondenze tra ciò che esiste nella realtà e ciò che è nelle nostre passioni.
...Nell’antichità greca musica e poesia nascevano spesso da un unico artista, di cui sono simboli Omero, che cantava i suoi versi accompagnandosi con la lira, ed il suo “personaggio” Demodoco, il cantore del re dei Feaci del quale Omero dice che “a lui più che ad ogni altro diedero gli dei di addolcire i cuori col canto”, sulla scia di Achille che placava la propria collera con la musica insegnatagli dal centauro Chirone e del mitico Orfeo, che col canto e col suono della lira commuoveva persino le belve feroci.
Ritroviamo questi concetti, della musica e del canto come doni divini e della loro influenza positiva, educativa e catartica sull’animo umano anche in un celebre documento del passato a noi più vicino. In una lettera del 1530 – i cui concetti saranno determinanti nell’evoluzione storica della musica e nella diffusione della cultura musicale nell’Europa continentale – scrive infatti Lutero: “Vorrei trovare parole più degne per tessere le lodi di questo meraviglioso dono divino, la bella arte della musica…
La musica è il balsamo più efficace per placare, rallegrare e vivificare il cuore di chi è triste, di chi soffre… .
Musica e poesia, dunque, non antitetiche o peggio ancora l’una serva, o padrona, dell’altra, ma entrambe alleate per rendere migliore la vita degli esseri umani: per dar loro gioia, piacere, dolcezza di sentimenti e per, come diceva Lutero, “scacciar gli affanni con le canzoni”.
… “A volte posso cantare, come se fossi felice, ma segrete lacrime premono per rendere libero il mio cuore” dicono i versi di von Eichendorff per un Lied di Schumann. E’ la funzione “liberatoria” e “consolatoria” della musica e del canto nei confronti della propria infelice condizione esistenziale.
… Un’ulteriore considerazione, che è al contempo, forse presuntuosamente, anche una raccomandazione. Difficilmente musica e poesia, separate o unite nel canto, esercitano tutto il loro effetto emotivo ed intellettuale per così dire “al primo colpo”, ma occorre ascoltarle (o leggerle) anche parecchie volte per “capirle” e “sentirle” veramente, per esserne conquistati. E’ necessario cioè - per apprezzarle appieno – conoscerle già abbastanza bene, in modo quasi da “anticiparne” inconsciamente i temi e le frasi, poetiche o musicali che siano, che man mano si vanno presentando ai nostri sensi.
Marcel Proust, nella “Ricerca del tempo perduto”, parla infinite volte del fascino di una immaginaria “Sonata di Vinteuil”, sotto cui si celava in realtà la Sonata in la maggiore per violino e pianoforte di César Franck, amatissima dall’autore. Nel II volume delle “Recherche” Proust dice di questa Sonata che quando la sentì la prima volta non capì nulla e che solo dopo averla ascoltata parecchie volte fu in grado di comprenderla e di “sentirla” veramente. Ed estendendo il discorso a tutta la musica dice che “quel che ci manca la prima volta non è la comprensione, ma la memoria”, la quale non è capace “di fornirci immediatamente, di fronte ad un complesso di impressioni multiple, il ricordo di esse. Questo si forma in lei a poco a poco…”. In pratica, nella vita e nel libro, Proust fu in grado di apprezzare consciamente la Sonata di Vinteuil/Franck solo quando arrivò a conoscerla quasi a memoria, specie quella “petite phrase” che gli evocava il Bois de Boulogne “caduto in catalessi” e come cristallizzato sotto un chiaro di luna “che impedisce alle foglie di muoversi” e così splendente da indurre Proust a far dire a Swann che in essa “si sente distintamente la voce di qualcuno che dice: Si potrebbe quasi leggere il giornale!”
Parole e musica, musica e poesia: un universo di suoni che parla al nostro animo, sia pur con linguaggi diversi, fin dagli albori dell’umanità. Nell’introduzione alla sua “Storia della Musica”, Franco Abbiati dice che “gli esseri creatori consistono come puro suono, e il mondo che essi creano è un mondo di suoni…”.
Parole e musica, musica e poesia: dai più remoti recessi della civiltà, dal mito di Orfeo, dalla lira di Apollo, dall’aulos di Bacco e dai canti degli aedi su su fino ad oggi, un lungo viaggio nel tempo, nella storia, nella coscienza e nell’inconscio dell’uomo, nel mondo infinito dei suoi sentimenti e delle sue emozioni, delle sue gioie ma soprattutto delle sue sofferenze, delle sue illusioni e delle sue pene d’amore. Perché soprattutto di questo, di dolore e di amore – con qualche gioia avaramente aspersa su di noi come gocce di rugiada – è fatta la vita”.
Da: Il “Canzoniere" del dolore - Parole e musica: la “poesia” del dolore dai trovatori ai blues –
Recordati.
La famiglia affettivagiovedì 19 luglio 2007 0.54luce
Il post di Astime e i commenti su “Dell’educazione sentimentale dei fanciulli” mi hanno stimolato a ricercare, per connessione, uno scritto, che ho letto qualche mese fa, di Paola Tettamanzi, una persona poco conosciuta:
“Questa casa non è una caserma”
“Autoritarismo o tolleranza: come affrontare i comportamenti ribelli dei figli adolescenti? C’è una terza via: la famiglia affettiva. Che educa e si lascia educare, che punisce (con misura) e perdona.”
Lo riporto.
“Il genitore-padrone era severo e inflessibile. Non si preoccupava di generare sensi di colpa o inibizioni psicologiche. Puniva con rigore e pesantezza. Talvolta con violenza. Tramontò il genitore-padrone e venne il genitore-comprensivo che decise di fare il contrario. Nessuna punizione per non umiliare o ferire il figlio. Mai alzare la voce, mai mostrarsi contrariati o alterati. Scapaccioni? Neppure a parlarne. Era il genitore che non voleva “sgridare mai”. Tramontò anche quello e arrivò il genitore-disorientato, quello che, di fronte al crollo di tutte le certezze educative, vaga oggi nell’incertezza più assoluta. Cedere al revival della durezza pedagogica, accostandosi alle nuove tendenze in arrivo dai Paesi anglosassoni che predicano “tolleranza zero” anche in famiglia? O ascoltare i suggerimenti di chi propone di alleggerire i figli dal peso di troppe responsabilità per non scatenare reazioni distruttive? Insomma, le regole della caserma o quelle del “mulino bianco”? Il dilemma è angosciante per tutti i genitori che oggi viaggiano sulla quarantina e che non sono ancora riusciti a sganciarsi del tutto dalle scelte educative sopportate nella loro infanzia. Spesso la disponibilità ad accettare comportamenti di aperta ribellione, soprattutto da parte dei figli adolescenti, nasce come reazione forse inconsapevole a modelli considerati esagerati. Non si vorrebbe cioè infliggere ai figli gli stessi atteggiamenti sopportati dai propri genitori. Eppure nessuno si nasconde che lo sforzo di comprendere sempre al di là di ogni evidenza, non può tradursi in tolleranza illimitata.
Agli occhi di un ragazzo adolescente i confini della libertà sono qualcosa di elastico, indefinito, assolutamente vago. Spetta quindi ai genitori dettare le regole per impedire che la libertà si trasformi in trasgressione, in abuso, in mancanza assoluta di senso della realtà. Aiutare a comprendere che le regole non sono un vincolo alla propria libertà d’espressione, ma un contributo alla crescita – anche se talvolta per i ragazzi risultano incomprensibili o maltollerate – è un passaggio indispensabile. E qui nasce il problema: quale strada seguire per formare i nostri ragazzi secondo coscienza e verità, accompagnandoli verso il traguardo dell’età adulta? Comprendere o punire? Capire o rimproverare? Colpevolizzare o lasciar correre?
Ogni genitore che abbia a cuore il bene dei figli e che si sia fermato a riflettere sul complesso “mestiere” dell’educatore, ha intuito che le distinzioni troppo nette, come le scelte ultimative e radicali, non pagano. Anche nel pianeta educazione non ci sono territori completamente bianchi o completamente neri.
Tra tolleranza o durezza, tra oltranzismo e lassismo c’è una terza via, quella della misura educativa che si nutre di intuizioni, rispetto, vicinanza, condivisione, attenzioni, pazienza, relazioni costruttive. In una parola: d’amore. Sembra il ricorso alla solita, sdolcinata pratica dei buoni sentimenti: invece l’opzione della “terza via” – quella che non punisce e non tollera – è la più difficoltosa e impegnativa, soprattutto perché rifugge dagli schemi predefiniti e richiede di essere edificata giorno dopo giorno, con tutta la passione indispensabile per raggiungere l’obiettivo che davvero conta: il bene integrale dei propri figli. Per mettere in luce i vantaggi educativi di questa terza opzione è forse opportuno passare in rassegna i tre tipi di genitori a cui , in maniera un po’ schematica, possiamo collegare altrettante scelte educative: famiglia repressiva, famiglia tollerante e famiglia affettiva.
La famiglia repressiva
E’ il modello ormai dominante in tanti studi provenienti dal mondo anglosassone. Dopo decenni di educazione sregolata e di assoluto “laissez faire”, i pedagogisti d’Oltreoceano sembrano aver riscoperto il rigore e l’esigenza dell’inflessibile rispetto delle norme. Autoritarismo d’altri tempi? Forse, ma non bisogna dimenticare che negli Stati Uniti il dilagante fenomeno delle baby-gang ha imposto l’adozione di metodi pedagogici che un tempo si sarebbero liquidati come repressivi. La “tolleranza zero” sul piano sociale si è tradotta anche in un irrigidimento delle scelte educative tra le pareti di casa. Una scelta che qualcuno comincia a giudicare positivamente anche da noi. Ma la voce grossa, le imposizioni da caserma, le punizioni corporali aiutano davvero la crescita di un ragazzo? Ci sono molti motivi per dubitarne. E’ fuori di dubbio che l’autoritarismo è un comportamento che offre, nella maggior parte dei casi, ritorni immediati. Per timore delle punizioni i ragazzi finiscono per adeguarsi alle regole. In apparenza “diventano buoni”, ma nel loro cuore crescono ostilità e disagio. Imparano una serie di regole, ma non le condividono e, non appena saranno messi nelle condizioni di trasgredire, proveranno grande soddisfazione a farlo. Anzi, finiranno per trascorrere il tempo a escogitare inganni finalizzati a salvare le apparenze per poi agire indisturbati. Tra genitori e figli adolescenti l’autoritarismo innalza muri difficili da sgretolare anche con l’avanzare dell’età. Urlare ai propri figli: “Sono tuo padre e quindi obbedisci senza discutere”, è un’imposizione che forse vince, ma senza convincere.
La famiglia tollerante
Anche la legittimazione a tutti i costi è, sul piano educativo, un amore malinteso. I genitori che si preoccupano di non contraddire mai i figli per paura di reprimere la loro libertà d’espressione rinunciano in realtà all’esercizio di una funzione preziosa: quella dell’esempio e della testimonianza. Un ragazzo a cui viene permesso qualsiasi tipo di comportamento finirà, dopo gli entusiasmi iniziali, per convincersi di essere poco interessante agli occhi dei suoi genitori. E’ facile infatti scambiare la tolleranza per indifferenza, il permissivismo per disinteresse. Scegliere come proprio metro di comportamento la deroga costante, significa togliere ai nostri ragazzi la possibilità di confrontarsi con un punto di vista diverso dal loro. Eppure sono in aumento i genitori che preferiscono abdicare al loro ruolo per calarsi nell’assurda parte degli amici o, peggio, dei complici dei propri figli. Una scelta dissennata perché ai ragazzi finirà per mancare in questo modo qualsiasi punto di riferimento. Se i genitori fanno sempre un passo indietro, i figli non avranno mai l‘opportunità di un confronto. Una discussione serena, motivata, senza toni violenti, vale più di mille silenzi accondiscendenti. Permettere tutto, senza mai esprimere dissenso, senza motivare le proprie diverse opinioni, finirà per produrre un effetto devastante sulla credibilità dei genitori che finiranno presto per diventare agli occhi dei figli figure appannate, prive di spessore, scarsamente rilevanti.
La famiglia affettiva
Qual è la terza via tra autoritarismo e tolleranza? E’ quella del genitore che educa ma si lascia educare; propone modelli di comportamento ma sa mettersi in discussione; punisce con misura e discrezione, quando è necessario, ma offre per primo il perdono, la possibilità del riscatto, la via del pentimento. Il genitore affettivo non impone, accompagna. Non reprime, spiega. Non pretende, accoglie e ama. C’è un criterio un po’ semplicistico ma di grande efficacia per scoprire qual è la qualità delle relazioni tra genitori e figli adolescenti: la camera dei ragazzi. Spesso si vedono stanze di adolescenti arredate di tutto punto, attrezzate con i congegni elettronici più avanzati, ricche di ogni gadget ma da cui i genitori sono esclusi. Segno di falso rispetto che rischierà di sfociare in un pericoloso atteggiamento di reciproca indifferenza. Il genitore affettivo entra nella stanza del figlio, cioè si mostra disponibile ad avventurarsi nel suo mondo perché accetta di mettersi in discussione. Anzi, desidera e ricerca il confronto. Il genitore affettivo coglie i punti positivi del suo comportamento, dice sempre al ragazzo quello che ci si attende da lui, esamina i motivi della disobbedienza e adatta le correzioni, mantiene le promesse, mostrandosi stabile e coerente, cerca di comprendere le cause delle tensioni, combatte la propria sicurezza e la propria paura di imporre regole opportune, riconosce il suo diritto all’errore. In questa prospettiva la punizione è sempre costruttiva: si stacca dalla logica dell'umiliazione per entrare in quella della riparazione che offre nuove opportunità di riscatto. E' una sanzione che non punta l'indice vendicatore ma si sforza di indurre il ragazzo a ripensare ai propri comportamenti.”. La lentezza dello sguardogiovedì 19 luglio 2007 0.51Vincent_Willem_van_Gogh_082[1]
La mia camera è situata al 45° grado di latitudine; è orientata da oriente a occidente; forma un rettangolo che, rasente i muri, ha un perimetro di trentasei piedi. Tuttavia il mio viaggio ne conterrà di più, perché attraverserò spesso la stanza, in lungo e in largo, o anche diagonalmente, senza seguire una regola o un metodo. Farò anche dei zig zag, percorrerò tutte le linee immaginabili in geometria, se il bisogno lo richiede. Non mi piace la gente che è tanto padrona dei propri passi e delle proprie idee da poter dire: “Oggi farò tre visite, scriverò quattro lettere, porterò a termine un lavoro già iniziato”. La mia anima è talmente aperta a ogni sorta di idee, di gusti e di sentimenti; accoglie avidamente tutto quello che le si soffre, che…
Perché dovrebbe rifiutare le gioie che sono sparse sul cammino così difficile della vita? Sono tanto rare, tanto scarse che bisognerebbe essere proprio un pazzo a non fermarsi, a non deviare il cammino per coglierne quante sono a portata di mano.
Secondo me, non c’è nulla di più attraente che andar sulle orme delle proprie idee, come il cacciatore segue le peste della selvaggina senza dar a vedere di seguire alcuna strada. Così, quando viaggio nella mia camera, raramente percorro una linea retta; vado dalla tavola verso un quadro situato nell’angolo: di là mi muovo obliquamente per andare verso la porta; ma sebbene alla partenza la mia intenzione sia quella di recarmi là, se incontro il mio seggiolone sul cammino non sto a pensarci e mi ci sdraio senza complimenti. Il seggiolone è un eccellente mobile, ed è di estrema utilità per un meditativo. Nelle lunghe serate invernali, talvolta è dolce, e sempre prudente, distendervisi mollemente, lungi dal fracasso delle assemblee affollate. Un focherello, alcuni libri, una penna: che risorse contro la noia! E che piacere dimenticare i propri libri e la penna per attizzare il fuoco, abbandonandosi a qualche dolce meditazione, alla musica, oppure buttando giù alla meglio dei versi per divertire gli amici! Allora le ore scorrono e piombano silenziosamente nell’eternità, senza far sentire il loro triste passaggio.
Di là dal seggiolone, in direzione nord, si scopre il mio letto, che posto in fondo alla camera offre la più piacevole prospettiva. E’ situato in modo felicissimo: i primi raggi del sole vengono a scherzare tra le cortine. Nei bei giorni estivi, li vedo avanzare lungo il muro bianco, a mano a mano che il sole si innalza; gli olmi, che stanno davanti alla ma finestra, li frangono in mille modi e li fanno oscillare sul mio letto, color rosa e bianco, che coi suoi riflessi sparge dovunque una tinta deliziosa. Odo il confuso stridio delle rondinelle che si sono impossessate del tetto di casa, e degli altri uccelli che stanno tra gli olmi; allora mille sorridenti pensieri m’invadono l’anima, e in tutto il mondo non c’è nessuno che abbia un risveglio così piacevole, così pacifico quanto il mio.
Confesso che amo godermi questi dolci momenti e prolungo sempre, finchè m’è possibile, il piacere che provo a meditare nel dolce calduccio del letto. Che ressa di pensieri graditi e tristi nel mio cervello! Che sorprendente mescolanza di situazioni terribili e deliziose!
Il letto ci vede nascere e ci vede morire; è il mutevole teatro nel quale il genere umano rappresenta a turno drammi interessanti, farse ridicole e tragedie spaventose. E’ una culla adorna di fiori; è il trionfo dell’amore; è un sepolcro.
… Parlando del letto, avevo dimenticato di suggerire, a tutti quelli che possono farlo, di procurarsi un letto di color rosa e bianco; perché è certo che i colori influiscono tanto sopra di noi da rallegrarci o rattristarci a seconda della loro varietà. Il rosa e il bianco sono due colori consacrati al piacere e alla felicità. La natura dandoli alla rosa, l’ha fatta regina del regno di Flora; e quando il cielo vuole annunziare al mondo una bella giornata colora le nuvole di questa incantevole tinta, al sorgere del sole.”.
Da: Xavier de Maistre, Viaggio intorno alla mia camera. Oscar classici Mondadori. L'ora del tè, rapporto armonico tra me e l'universogiovedì 19 luglio 2007 0.40Photo0082
“Il bevitore di tè è un essere perennemente insoddisfatto, che ama fare viaggi senza spostarsi, viaggi che gli consentano di attraversare i confini meno agibili per meglio accedere ai tesori nascosti che gli daranno granelli di letizia.
… Secondo un detto cinese, le varietà di tè sono tante quanti i cinesi. Una vita intera quindi non basta per acquisire la perfetta conoscenza di questo mondo sottile e riuscire a memorizzare i mille e un profumi di questa bevanda.
… Condividere il contenuto di una teiera, stabilisce un rapporto fatto di estrema semplicità e gesti preziosi che esprimono la più calda ospitalità.”.
Da: il tè, Gilles Brochard
Domenica pomeriggio, mentre gustavo il mio infuso di tè in foglie provenienti da Darjeeling, “viaggiavo” con la mente… pensavo all’energia vitale, alla forza vitale, alla mia concezione dell’uomo e della natura.
Pensavo che la vita, tutti i componenti dell’ambiente naturale sulla terra (persone, alberi, rocce, animali, acqua, montagne… ) sono formate da minerali, un sasso ha i minerali che ho dentro io. L’uomo è parte della terra, è parte di ciò che la terra contiene… un albero ha tutte le sue caratteristiche, ma è fatto di minerali… sono diverse le composizioni, ma le sostanze sono sempre le stesse… che ha dentro un sasso…
Questo pensiero mi unisce al tutto… mi fa sentire un granello unito al tutto… un granello di sabbia è formato da sali minerali che esistono sul pianeta, dentro di me, in un vegetale… l’uomo non è padrone della terra… è parte del sistema creato “dall’Esistenza” nella quale credo… io non dispongo di tutto e di tutti, io faccio parte di tutto e di tutti… io non posso distruggere, perché se distruggo un albero distruggo parte di me stessa…
Poi pensavo ai giardini del tè, e in particolare al giardino roji (“terra umida di rugiada”), “lastricato di pietre piatte e irregolari immerse nel muschio e talora solcato da un ruscello, conduce alla vasca di pietra sotto al portico dove gli ospiti si riuniscono per lavarsi le mani e, a volte, sciacquarsi la bocca, gesti rituali di purificazione. I convenuti attraversano, in seguito, una porta bassa, simbolo di umiltà. I samurai lasciano le armi sulla soglia. Dopo essere passati per la “stanza della pulizia”, dove si lavano gli oggetti necessari per la preparazione del tè, gli ospiti entrano lentamente nella sala da tè. Cinque sono i principi alla base della degustazione, condotta dal maestro inginocchiato (come tutti gli altri) su un tatami di bambù intrecciato: armonia, rispetto, purezza (una ricerca dell’innocenza di fronte a tutta l’innocenza persa del mondo), tranquillità, sobrietà. La cerimonia può allora cominciare.” (Gilles Brochard).
http://www.contessapralormo.com/italiano/mostre/giardinodelte/int_giardinote.html
“Guardate in una tazza di tè e vi vedrete riflessa ogni ora del tè della vostra vita”, ha scritto la romanziera irlandese Molly Keane. “C’è un non so che di semplice e innocente nel desiderio di una tazza di tè o nel semplice ricordo di quel desiderio”.
Mettere radici, il terreno che le alimentagiovedì 19 luglio 2007 0.36van-gogh-shoes
Ieri pomeriggio una giovane mamma che sta percorrendo un pezzo di strada con noi ha bussato alla nostra porta. Era “stanca”, aveva bisogno di “riposarsi”, di “abbandonarsi” ai propri pensieri ma davanti a qualcuno. L’ho semplicemente ascoltata. Il “filo conduttore” erano orme, parole pronunciate da persone per lei significative, “luoghi” e momenti di ristoro… parlava di voglie, di desideri… Si è “persa” tra i ricordi, tra le memorie, per cercare di “ritrovarsi”. Nello scorrere del tempo ho fatto da depositaria, custode dei suoi segreti e delle sue memorie.
Ho ricordato quelle parole di Machado: “Viandante, sono le tue orme la via, e nulla più; viandante non c’è via, la via si fa con l’andare”, ma non mi bastavano… non le bastavano…
Lei sentiva dentro forte il bisogno di “mettere radici…”.
Ho ricordato una favola, La storia del viandante, tratta dal libro:
Il bambino perduto e ritrovato, favole per far la pace col bambino che siamo stati, Alba Marcoli.
La riporto.
“Una volta un viandante doveva partire per un viaggio. “Mi piacerebbe poter scegliere il luogo in cui vivere” si disse prima di partire. “Andrò a consultare il Mago dei Sogni per chiedergli di farmeli visitare tutti in sogno prima di sceglierne uno!”. E così andò dal Mago dei Sogni che però gli disse: “In un solo sogno non posso fartene visitare più di sei. Decidi tu se ti va bene!”. Il viandante ci pensò un poco e poi accettò. Fu così che quando giunse l’ora del sonno il Mago lo fece gentilmente scivolare dentro un sogno e il nostro viandante cominciò il suo viaggio. Si alzò di mattina presto, raccolse le sue cose e partì. Cammina, cammina, cammina, arrivò finalmente a un paese. All’ingresso c’era un cartello che diceva: “Città del Benvenuto. Altitudine: 50 metri sul livello del mare”. Il viandante entrò e tutti gli abitanti arrivarono a fargli festa. Ognuno di loro gli portò un regalo, ma nessuno gli chiese che cosa gli servisse veramente: ognuno lo sapeva già senza bisogno di domandarglielo, perché se l’era chiesto per tanto tempo nella sua testa mentre l’aspettava.
Portarono così tutti il regalo che “loro” pensavano fosse utile e lui si ritrovò molto contento, anche se si accorse con l’andare del tempo che quando lui desiderava davvero qualcosa non riusciva nemmeno più a chiederla, visto che era già così sommerso da regali; cosicché alla fine perse anche i desideri, che invece erano proprio i suoi, solo e soltanto i suoi.
Però, siccome il nostro viandante era una persona molto bene educata, per non ferire i visitatori che gli dimostravano la loro simpatia fece finta di niente e ringraziò tutti. Visitata la Città del Benvenuto, ripartì dunque per il suo viaggio.
Cammina, cammina, cammina, arrivò finalmente a un’altra città. Il cartello diceva: “Città dell’Ascolto Difficile. Altitudine: 150 metri sul livello del mare”. Il viandante entrò tutto speranzoso; qui avrebbe certamente trovato chi gli chiedesse che cosa lui cercava. E infatti fu proprio così. Tutti gli abitanti vennero a chiederglielo e lui rispose a tutti, ma immaginatevi quale fu la sua sorpresa quando si accorse che in realtà nessuno l’ascoltava.
Tutti gli abitanti infatti gli lasciavano il tempo per rispondere, ma dopo ogni discorso riprendevano esattamente da dove loro si erano fermati, come se le parole del viandante non fossero mai arrivate veramente. Immaginatevi quindi la sua delusione. Riprese il bastone col suo fardello e ripartì per continuare il viaggio.
Cammina, Cammina, Cammina, arrivò infine ad un’altra città. Sul cartello c’era scritto: “Città delle Parole. Altitudine: 1 metro sul livello del mare”.
Anche qui fu accolto con grandi feste, balli e canti, ma ben presto capì perché la città si chiamava così. Tutti quelli che incontrava sul suo cammino gli insegnavano quanto bisognasse essere responsabili per vivere lì; bisognava fare questo, quello e quell’altro ancora. Il viandante non capiva bene perché tutti gli dovessero insegnare con le parole. Lui era abituato a imparare dai fatti, non dalle parole, ma ben presto si rese conto che agli abitanti di quella città occorrevano proprio le parole per insegnare, perché tante volte non riuscivano a farlo con i fatti e tanto più le dovevano usare quanto meno ci riuscivano in altri modi.
Insomma, il povero viandante alla fine fu così sommerso da tute queste responsabilità che l’unica cosa che gli rimase da fare fu una fuga precipitosa, per cui se ne andò.
Cammina, cammina, cammina, ecco che finalmente arrivò a un’altra città. Sul cartello c’era scritto: “Città delle Aspettative. Altitudine: 2500 metri sul livello del mare”.
“Qui finalmente mi riposerò” pensò tra sé il viandante che era molto stanco, perché per arrivare fin lassù aveva dovuto scalare una montagna altissima. “Mi sembra proprio un bel posto per fermarmi” pensò e si mise alla ricerca di una casa in cui stare. Gli abitanti della prima a cui bussò l’accolsero a braccia aperte e gli dissero: “Siamo proprio tanto, tanto contentini accoglierti qui con noi” e agli inizi fu proprio così anche per lui. Ma con l’andare del tempo il nostro viandante si accorse che tutte le energie di quella casa erano rivolte a cercare di vincere una gara che la famiglia aspettava da tanto tempo. La gara consisteva nell’arrivare primo a una corsa e forse lui, che era così fresco e giovane, finalmente ci sarebbe riuscito.
Al viandante piaceva molto quella casa e anche i suoi abitanti e ci sarebbe stato volentieri, ma per quanto lui si fosse allenato nella vita, nelle gare di corsa non era mai arrivato primo. La sola idea di doverlo fare gli metteva una tale ansia addosso che poi finiva per arrivare sempre ultimo.
E fu così che il viandante, quatto quatto, lasciò la prima casa anche se con un gran dispiacere.
La seconda a cui bussò era popolata da eccellenti parlatori. Sapevano tutti tante lingue diverse, ma nessuno conosceva il cinese. Appena il viandante arrivò l’accolsero a braccia aperte, ma ben presto gli dissero: “Guarda, a noi manca solo uno che parli il cinese, poi possiamo dire di conoscere tutte le lingue del mondo. Il cinese lo dovresti imparare tu!”:
Figuratevi il povero viandante. La cosa gli mise addosso una tale ansia che invece di parlare in cinese non riuscì più a spiaccicare parola in nessuna lingua e divenne completamente muto, anche se in altre circostanze lui era persino dotato per le lingue e capacissimo di impararle.
Fu così che, seppur con gran dispiacere, dovette lasciare anche la seconda casa che pure gli piaceva moltissimo. Aveva una gran paura che se non avesse imparato il cinese, i suoi abitanti non l’avrebbero amato più e questa cosa gli era proprio insopportabile, preferiva piuttosto scappare.
La terza casa a cui bussò era popolata da bravissime persone che però avevano tutte molti conti in sospeso col mondo, perché sentivano che era stato ingiusto nei loro confronti.
Appena lo videro l’accolsero anche loro a braccia aperte e con molta simpatia. “Come siamo contenti che tu sia arrivato da noi!” gli dissero. “Con te in casa saremo tutti più forti e potremo rifarci di quello che ci è capitato!”.
Anche qui il viandante fu così conquistato dalle loro attenzioni e dal loro amore che agli inizi fece di tutto per soddisfare le loro esigenze. Poi però a poco a poco si rese conto, purtroppo, che lui non poteva tornare indietro nel tempo per vincere le battaglie che gli abitanti della casa avevano perso, o per condurre delle guerre col mondo che non erano sue e che lui a maggior ragione non avrebbe potuto che perdere clamorosamente. E fu così che, seppure con grande tristezza, lasciò anche quella casa e continuò altrove la sua ricerca.
Il nostro viandante però diventava sempre più insicuro e si sentiva sempre più impotente. Possibile che tutte le cose che gli venivano richieste dalle persone che l’accoglievano con simpatia e amore lui non riuscisse a farle? Eppure, nelle altre circostanze gli sembrava di essere anche lui come gli altri, né più né meno, forse solo un po’ meno bravo e intraprendente. E fu così che decise per un po’ di abbandonare la sua ricerca.
Uscito che fu dalla Città delle Aspettative, decise di continuare a salire sulla montagna per ridiscendere dall’altra parte, ma una volta arrivato in cima, mentre si godeva lo spettacolo dall’alto, ecco che all’improvviso si accorse di qualcosa che pendeva da una nuvola.
Si avvicinò piano piano e immaginatevi quale fu la sua sorpresa quando s rese conto che era una scala di corda che saliva verso il cielo.
Il viandante ci pensò un poco, poi la curiosità prevalse e fu così che decise di salire per la scala. Salì, salì, salì, arrivò dapprima a una nuvola disabitata, poi a una seconda ancora, ma arrivato alla terza trovò un gran cartello che diceva: “Città del Paradiso Perduto. Altitudine: 1 chilometro sul livello della nuvola più bassa”. Figuratevi la contentezza del nostro viandante. “Forse è questa finalmente la città che cercavo” si disse fra sé e bussò alla prima casa. Appena gli abitanti lo videro l’accolsero a braccia aperte, poi chiamarono vicini, parenti e conoscenti e fecero tutti una gran festa. E così lui divenne il Re della città. La gente accorreva al suo minimo cenno, tutti facevano le cose per lui, era un vero e proprio paradiso.
“Non sono mai stato così bene in vita mia” si ripeteva soddisfatto fra sé mentre osservava tutto questo armeggiare intorno a lui. Ma ben presto il nostro viandante ebbe un’amara sorpresa anche qui. A furia di non fare più niente perché qualcun altro lo faceva al posto suo, scoprì un giorno che non solo non riusciva assolutamente a imparare delle cose nuove, ma a poco a poco stava dimenticando anche quelle vecchie che conosceva già quando era arrivato lì. Persino le sue gambe, che lo sostenevano così bene prima, adesso che tutti lo portavano in giro o in carrozza o in portantina si erano ormai disabituate a camminare. “Sta a vedere che qui alla fine non saprò più nemmeno parlare, nè camminare, né pensare perché tutti si sentono autorizzati a farlo al posto mio, per farmi piacere!” si disse un giorno spaventato. Raccolse quel poco di coraggio che gli rimaneva e si precipitò giù nottetempo dalla scala.
Arrivato che fu di nuovo sulla terra cominciò a scendere dalla montagna e durante quel viaggio incontrò un vecchio eremita, scorbutico e silenzioso, che se ne stava lassù per i fatti suoi.
“E’ tutta colpa mia” gli disse alla fine, pieno di sensi di colpa, dopo che gli ebbe raccontato la sua storia. “Sono io che non sono riuscito a fare ciò che dovevo. Eppure loro hanno fatto tanto, proprio tanto per il mio bene!”.
“Forse allora non era proprio quello il tuo bene, se tu ti sei sentito poi ogni volta così triste e impotente da non farcela più ad andare avanti” osservò allora il vecchio. “Magari era invece solo l’idea che loro avevano del tuo bene. Prova a continuare il tuo viaggio; prima o poi troverai quello che cerchi!”.
E fu così che il nostro viandante continuò il suo viaggio. Scese dalla montagna e un giorno si ritrovò in pianura in mezzo a un gruppetto di case. Non era una città e nemmeno un paese, per cui non c’era nessun cartello con un nome. Bussò a una casa per chiedere rifugio e fu accolto con simpatia e semplicità. Ognuno era affaccendato in qualcosa ed era in pace con quello che faceva. Gli fu dato da mangiare e da bere e gli fu preparato un letto caldo in cui dormire.
“Raccontaci del tuo viaggio!” gli dissero gli abitanti della casa la sera davanti al fuoco. “E’ bello ascoltare dei pensieri diversi dai nostri!”.
E fu così che il viandante rimase nella loro casa prima un giorno e poi un altro e poi altri ancora. E insieme a loro coltivò la terra, seminò e raccolse i suoi prodotti, sudò e faticò dalla mattina alla sera, ma in pace con se stesso il mondo. Nessuno gli chiedeva di essere diverso da se stesso e lui, potendo essere fedele al suo progetto, potè scoprire e coltivare tutte le sue potenzialità. E quando il Mago dei Sogni venne a risvegliarlo, il nostro viandante gli disse: “Ho scoperto dove mi piacerebbe vivere. E’ un paese così piccolo che non ha neanche un nome, ma ci si sta proprio bene! Aiuta a crescere!”.
“Esattamente come fa il sole” disse allora il Mago dei Sogni “con ogni seme che germoglia, ognuno alla propria velocità e seguendo il proprio progetto che è suo e soltanto suo, scritto dalla vita dentro di lui.”
“Poiché la terra produce da sé, prima l’erba, poi la spiga, poi il grano pieno sulla spiga.” “.
Il nostro viandante aveva messo le radici. Abbè Pierre, un mio maestrogiovedì 19 luglio 2007 0.24raccontidivita_abbepierreL'Abbè Pierre, sacerdote francese, ha lasciato questa terra a 94 anni.
Dopo essere stato ordinato sacerdote, nel 1942 comincia, per caso, un'intensa azione di salvataggio delle vittime della tirannia nazista. E' in questa occasione che l'Abbé Groués, diventa l'Abbé Pierre. L'Abbé Pierre salva diverse persone (ebrei, polacchi) ricercate dalla Gestapo. Falsifica passaporti, diventa guida alpina e trasporta attraverso le Alpi ed i Pirenei le persone in pericolo.
Nel 1943, diventa "partigiano" ed organizza l'Armata di Vercors che tanta parte ha avuto per la liberazione della Francia dal nazismo. Ricercato lui stesso dalla Gestapo, come Abbé Houdin, rientra a Parigi ed organizza un nuovo laboratorio di documenti falsi. Verso la fine del 1944, di ritorno da una viaggio alla ricerca di nuovi "passaggi" in Spagna di persone in pericolo che la Svizzera non accettava più, viene arrestato dalla Gestapo. Riesce a scappare e viene spedito ad Algeri in aereo nascosto in un sacco postale.
Dopo la guerra, rientra a Parigi e viene eletto Deputato alla Assemblea Nazionale. Nel 1947 fonda con Lord Boyd Orr, il Movimento Universale per una Confederazione Mondiale.
Nel 1949, con André Philip presenta un disegno di legge per il riconoscimento dell'Obiezione di coscienza.
Verso la fine del 1949 inizia il Movimento Emmaüs, il movimento degli Stracciaioli-Costruttori di Emmaus.
Nel 1951 lascia il Parlamento, rifiutando una legge elettorale "truffa" e si dedica interamente al Movimento Emmaus.
Dal 1952 al 1954 gira la Francia e l'Europa per conferenze che presentano all'opinione pubblica i problemi più urgenti per l'umanità. I senzatetto in Europa, la fame nel mondo, etc.
Il 1^ febbraio 1954, il grande appello a Radio Lussemburgo che scuote la Francia. "L'insurrezione della bontà" porta alle Comunità Emmaüs una quantità impensabile di denaro e di doni in natura. Nonostante l'afflusso di tanto denaro, non viene smesso il lavoro di stracciaioli. Un mese dopo, viene aperto il primo cantiere per 82 case per senzatetto. Nei mesi successivi l'Abbé Pierre gira tutte le città della Francia. Anche da diversi paesi di Europa viene chiamato per incontri e conferenze. Capi di stato e di governo, esponenti delle diverse Chiese e religioni. Tutti si rivolgono a Lui per un aiuto, un consiglio. Dopo una lunga malattia, ricomincia a girare il mondo. Stati Uniti e Canada. Poi, Olanda, Spagna, Portogallo, Svizzera, Italia, Austria, India, Scandinavia, Brasile, Perù, Argentina, Bolivia, Colombia, Cile e Venezuela, ed infine il Libano. Ovunque cominciano a sorgere le Comunità Emmaüs, comunità di poveri che mediante il lavoro di recupero e riutilizzo di quanto viene buttato via, si guadagnano da vivere onestamente e si permettono il "lusso" di aiutare chi sta ancora peggio. "Poveri che diventano donatori, e provocatori di chi ha e non fa nulla" "Servire e far servire per primi i più sofferenti, è la sorgente della vera Pace." "La miseria giudica il mondo e rovina ogni possibilità di pace." "Vivere, è rendere credibile l'Amore; è vendicare l'Uomo, amando." "Siamo condannati a sapere tutto. L'urgenza è la condivisione, condivisione anche del bene lavoro, del tempo libero..." E' il messaggio che l'Abbé Pierre porta ovunque.
Riceve diverse onorificenze che accetta come occasioni preziose per diffondere a tutti i livelli ed in tutte le circostanze, la sua provocazione e la sua "guerra alla miseria ed alle sue cause sempre e dovunque ricorrenti". Tra le altre: 1981: Legion d'onore, 1991: Premio Balzan per la Pace. Numerosi i libri, in tutte le lingue, che vengono pubblicati sulle "azioni che non si possono fare" e che lui fa, sulle "cose che non si possono dire" e che lui grida a tutti, grandi e piccoli della terra. Escono anche due film. "Uomini senza casa, nel 1957, e "Invero '54" nel 1990. Oggi, a 84 anni, stanco ed ammalato, l'Abbé Pierre vive nella Comunità La Halte d'Emmaus, a Esteville, in Normandia, con i comunitari più anziani e più malati, in attesa delle "grandi vacanze". Ma non esita a "uscire", a scendere in piazza a difendere i diritti degli Immigrati, degli sfrattati, dei senzatetto, ad occupare piazze e case sfitte, perché chi non ha casa trovi un tetto ove riposare, obbligando le autorità a trovare una soluzione definitiva. Recentemente, l'Abbé Pierre è stato in Benin, Burkina Faso, Giappone, Uruguay, Bosnia, Brasile e Mali...
Da: Sito Emmaus
Riporto anche un'INTERVISTA all'ABBE' PIERRE dell'11.4.2004 tratta dal sito RAITRE.
GIOVANNI ANVERSA: Abbé Pierre, chi sono i poveri oggi?
ABBE PIERRE: Si può dire che ci siano due tipi di poveri. Innanzitutto in tutti i paesi del mondo esiste il problema di quelli che non trovano lavoro. Questo problema si pone in modo molto diverso nel Terzo Mondo perché non ci sono imprese che assumono lavoratori e nei paesi industrializzati, dove nonostante il progresso e la modernizzazione si attuano politiche sociali che hanno come conseguenza il licenziamento e la disoccupazione di tante persone. Esiste poi un'altra categoria, quella di coloro che perdono il treno e non riescono a integrarsi e a trovare una collocazione nella società. In questi periodi di crisi è evidente che "i più forti" hanno sempre la tentazione di emarginare, di respingere i più deboli perché non c'è posto per tutti.
GIOVANNI ANVERSA: Abbé Pierre, cosa stanno provocando le ingiustizie che ci sono nel mondo?
ABBE PIERRE: Come sa, siamo in mezzo a due aspetti contrapposti: da un lato la tendenza che si manifesta, quando si detiene un po' di forza, è quella di garantirsi il meglio, il posto migliore, la fetta più grossa della torta. Questo comportamento da parte dei più forti è d'altra parte una delle tentazioni costanti dell'uomo. Dall'altro lato c'eè un altro fenomeno che si sta imponendo, e cioè l'indignazione di fronte all'uso della forza a spese dei piu' deboli. E' una spinta a mettersi al loro servizio con lo stesso atteggiamento con cui guardiamo ai più piccoli proprio come in quella cellula primordiale della società rappresentata dalla famiglia. Un nucleo dove i più forti, i più grandi, gli adulti non si occupano dei neonati, dei malati e dei vecchi non è più una famiglia e la vita perde di senso. Ci sono però anche coloro che d'istinto sono portati, sotto la spinta di un impulso interno che noi credenti attribuiamo alla grazia di Dio, a prendere quest'ultima strada adeguando il proprio modo di vita alle necessità dei più piccoli, dei neonati, dei malati o dei vecchi.
GIOVANNI ANVERSA: Abbé Pierre, ma lei ci crede che questo mondo possa cambiare, nonostante quello che stiamo raccontando?
ABBE PIERRE: Questa forma di maledizione, questo odierno manifestarsi del male come predominio dei forti, non ha impedito di agire a personaggi come Madre Teresa e a tanti esseri umani che non saranno mai famosi, non saranno mai canonizzati anche se a loro modo potrebbero essere definiti dei Santi.
Non siamo sufficientemente consapevoli che tutti i giorni, tutte le mattine, ci sono milioni, centinaia di milioni di mamme e di papà che svegliandosi pensano soltanto a quello che devono fare per mettersi al servizio della propria famiglia, della propria comunità. Costoro in realtà, anche se non sanno nulla della Rivelazione, sono dei Santi perché fanno la volontà di Dio, assumendosi le proprie responsabilità. Queste energie esistono, non le percepiamo, perché non fanno chiasso, non sono prese in considerazione dalle canonizzazioni. Sono una moltitudine poco visibile che in realtà rappresenta il lievito che aiuta la comunità a sopravvivere.
GIOVANNI ANVERSA: E' possibile che anche con il comportamento di ognuno di noi possa cambiare questo modo di consumare che sta facendo danni all'ambiente, che sta facendo danni anche alle relazioni tra le persone?
ABBE PIERRE: Si dice che negli Stati Uniti attualmente quasi la metà della popolazione soffra di obesità, cioè è troppo grassa, ed è quello che sta accadendo anche in Europa rappresentando una vera emergenza perché compromette l'equilibrio del comportamento e l'aspettativa di una vita familiare normale. Occorre fare informazione: gli uomini politici devono avere il coraggio di continuare a dire all'infinito quali sono le cose che hanno effetti nocivi, che distruggono, e nello stesso tempo impegnarsi nel far capire come possono essere meravigliosi la natura e l'universo quando viene rispettata l'essenza di ogni elemento e di ogni creatura.
GIOVANNI ANVERSA: Lei ha fatto la resistenza, e' stato eletto al parlamento francese, ha iniziato il movimento Emmaus, perché si e' fatto coinvolgere così tanto dalla vita?
ABBE PIERRE: Se ci penso devo riconoscere che ho potuto manifestare questa dedizione grazie al fatto che a 19 anni ho deciso di diventare frate, e per 6 anni sono rimasto isolato in clausura. Cinque ore durante il giorno e due la notte, dalla mezzanotte alle due del mattino, erano dedicate alla preghiera, all'adorazione e all'offerta e ciò ha sicuramente instillato nel mio animo alcune tendenze: "Amerai l'Eterno", "Amerai il prossimo". E' andata così fino a quando, per problemi di salute, ho dovuto lasciare il monastero e il Vescovo di Grenoble mi ha accolto tra i suoi sacerdoti perché avevo bisogno di vivere in montagna. Da quel momento niente è stato piu' come prima. In quello che sono stato spinto a fare, niente è stato previsto metodicamente, o è stato frutto di una riflessione: si è trattato semplicemente di non tirarmi indietro di fronte a circostanze e avvenimenti, a richieste di aiuto da parte della gente. Avrei potuto, come sarebbe stato normale, dire a me stesso: "Non sono affari miei, ci devono pensare i servizi sociali", ma istintivamente sono corso in aiuto di questi esseri umani. Le prime persone che ho assistito sono state degli ebrei le cui famiglie erano state deportate. Una notte sono arrivati degli uomini che chiedevano aiuto e da allora l'ingranaggio si è messo in moto e non si eè piu' fermato. Il movimento di EMMAUS è nato in ragione di queste circostanze.
GIOVANNI ANVERSA: Abbé Pierre, che significato ha la memoria per lei? Penso alle tragedie del '900.
ABBE PIERRE: E' importante ricordare, e non ricordare soltanto il male. Io sono una di quelle persone che nel secolo scorso hanno vissuto la realtà delle due guerre: da bambino ho conosciuto parenti che durante la Prima Guerra Mondiale hanno subito mutilazioni e altre famiglie in cui il padre era disperso; durante la Seconda Guerra Mondiale, con tutti i disastri che ha portato con se, ho assistito alle deportazioni, ho visto persone che oltre ad essere deportate venivano costrette a lavorare per il nemico. Tutto ciò non va dimenticato, ma bisogna essere consapevoli che il passato non ci protegge per il futuro.
Chi avrebbe mai pensato, alla fine del secolo appena trascorso, - quando tutti erano pieni di speranze di pace - che qualcuno avrebbe tratto ancora orribile ispirazione da quei conflitti. Chi avrebbe mai immaginato che il nuovo secolo sarebbe stato segnato da un terrorismo peggiore della guerra perché in un conflitto lo sforzo e' quello di avere forze pari a quelle del nemico. Nella nuova situazione in cui si trova il mondo il nemico non è ben definito. E' inafferrabile. Non ci sono mezzi logici per combatterlo. In qualsiasi momento quello che è accaduto a Madrid può succedere in altri paesi, è un fatto imprevedibile; ma pur ricordando queste sciagure e in previsione degli attacchi di oggi non dobbiamo dimenticare che abbiamo due occhi. Se un occhio deve essere aperto coraggiosamente per vedere il male e per combatterlo, bisogna tenere aperto l'altro per vedere la bellezza, i fiori che sbocciano di nuovo in primavera, il sorriso dei bambini. Vedere tutto quello che è bello: le stelle in una notte limpida e fredda in cui si può vedere lo splendore del cielo. Bisogna incoraggiare le persone a tenere gli occhi aperti e a guardare le bellezze meravigliose che ci possono appagare, ma nello stesso tempo avere anche il coraggio di guardare in faccia il male. A questo si devono preparare i giovani per essere in grado di capire qual'è il loro ruolo.
GIOVANNI ANVERSA: Abbé Pierre, lei ha vissuto anche una stagione di impegno politico. Perché la politica oggi è sempre più lontana dalle persone?
ABBE PIERRE: Lei crede che gli uomini politici di oggi siano più lontani di una volta dalla gente? Io penso di No. Sono stato in Parlamento, è stato il periodo meno utile della mia vita perché non ero preparato e perché per rivestire una carica in politica -compito ingrato, contrariamente a quanto si pensa- bisogna avere il gusto del potere, di esercitare il potere, ma io non l'avevo. Ho conosciuto uomini ambiziosi che forse in fondo non pensavano che alla carriera, ma posso dire che la grande maggioranza dei miei colleghi dei vari partiti erano persone oneste, degne di stima, che cercavano davvero di fare del bene.
GIOVANNI ANVERSA: Chi e' oggi un cristiano?
ABBE PIERRE: E' colui che può avere il coraggio di dire "Padre nostro", con tutte le conseguenze che ciò comporta, con la certezza che noi siamo chiamati a essere figli dell'Eterno con le sue meraviglie, ma nello stesso tempo dicendo "Padre nostro" riconosciamo di avere il dovere nella vita di essere fratelli di tutti. Ieri…nei giorni scorsi è arrivata una lettera da lontano, dal Madagascar. Un amico di laggiù ci diceva: "Ho incontrato una ragazza che portava un bambino sulle spalle. Le ho detto: E' un fardello molto pesante, e lei mi ha risposto: "Non è un fardello, è mio fratello". Tocca a noi ricordare sempre che quelli che frequentiamo e quelli che conosciamo devono essere trattati come fratelli. Essere cristiani è soprattutto questo. Ed e' poi sapere che Dio è unico ma non è solo; Dio è amore, e perciò si esprime... la parola viene dall'amore tra il Padre... la parola nasce dal soffio dello Spirito. Questo mistero della Trinità è una affermazione dell'assoluta unicità di un Dio che è unico e nello stesso tempo non è solo e noi siamo chiamati a far parte della sua famiglia.
GIOVANNI ANVERSA: Abbé Pierre, come dovremmo vivere l'Islam all'interno delle nostre società? E' d'accordo con la legge che in Francia vieta il velo nelle scuole?
ABBE PIERRE: E' un argomento molto difficile. Posso testimoniare che quando è stata presa quella decisione l'opinione pubblica era divisa praticamente in parti uguali tra quelli favorevoli ad una decisione per vietare questo segno e quelli invece contrari. E' stata una scelta complessa. Credo che ora ci voglia un po' di tempo per intessere un dialogo amichevole per quanto possibile con i fratelli musulmani, per far capire loro che quello che viene messo in discussione non è il velo. Se non si afferma che a scuola, il luogo dove si forgia l'avvenire, non ci devono essere segni, rischiamo un domani di veder arrivare 50 sette con il loro emblema, e così per i partiti politici e i sindacati. Come uscire da questa situazione? Dobbiamo dire ai nostri fratelli musulmani con il dialogo e con un minimo di conoscenza del Corano: "Ma avete studiato bene da cosa deriva questa abitudine di portare il velo nel nostro paese?" In realtà, con uno studioso musulmano mio amico ho cercato di rintracciare nel Corano dove viene prescritto questo segno. In verità esiste soltanto un vago cenno che non dice assolutamente di che cosa si tratta, ma suggerisce alle mogli e alle donne di stringere il velo che portano per essere protette e rispettate. Il Corano è stato commentato nei secoli successivi alla sua apparizione, e sono gli "hadid", interpretazioni che hanno imposto una quantità di usanze di cui non si parla affatto nel Corano. Solo attraverso il dialogo riusciremo a far capire che non è una discriminazione nei confronti dei musulmani, ma che se non si ponesse un freno alla pubblicità di simboli di qualsiasi tipo un domani la scuola diventerebbe invivibile.
GIOVANNI ANVERSA: A 92 anni che significato ha per Lei la parola speranza?
ABBE PIERRE: Bisogna fare una chiara distinzione in francese tra speranza e aspettativa. C'è l'aspettativa di avere da mangiare, di vedere soddisfatte le necessità immediate, la speranza invece è la certezza che abbiamo in noi che la vita ha un significato, che c'è una meta. La speranza tiene conto del significato dell'esistenza. Si può vivere con poche aspettative e molte delusioni, ma non si può vivere senza una qualche speranza.
GIOVANNI ANVERSA: A un povero basta la parola "speranza"?
ABBE PIERRE: A nessuno basta la speranza. Evidentemente sarebbe un inganno se confidando in una viva speranza si lasciasse senza mangiare chi ha fame. L'aspettativa... la realizzazione delle aspettative è una condizione per mantenere viva la speranza.
GIOVANNI ANVERSA: Abbé Pierre, cos'è la felicità?
ABBE PIERRE: Noi qualcosa che è stato stampato, impresso come uno spazio vuoto. In noi ci sono dei vuoti che sono un richiamo alla bontà, alla bellezza, all'amore, all'amicizia. La felicità è quando questi vuoti sono stati colmati, con il passare del tempo. La mia speranza ora è l'avvicinarsi, spero, tra non molto, dell'incontro... dell'incontro con Colui che è tutto quello cui aspiro: bontà e amore. Brundibar, una favola per sopravviveregiovedì 19 luglio 2007 0.22getmediaOggi trovo un volantino di un assessore di un Comune, c'è scritto:
Brundibár, una favola per sopravvivere
La musica nella città-ghetto di Terezín
di Laura Brucalassi
Erano in 15.000 ne sono sopravvissuti neanche 100. Nessuno aveva più di 14 anni.
C´era una volta (e c´era davvero…) una piccola città chiamata Terezín, costruita dall´imperatore Giuseppe II verso la fine del Settecento. Nonostante le piccole dimensioni, questa città aveva due fortezze che diventarono tristemente famose intorno al 1940, quando una fu trasformata in un carcere inquisitorio della Gestapo e l´altra in un ghetto per gli ebrei che vi erano trasferiti soprattutto dalla vicina Praga, ma anche da tutta la Boemia e la Moravia. Progettata inizialmente solo per essere un campo di raccolta, Terezín venne in realtà utilizzata per il transito dei prigionieri (88.000 furono i deportati ad Auschwitz), per la loro decimazione (33.000 persone circa vi morirono) e per la propaganda. Durante le visite della Croce Rossa Internazionale, infatti, i nazisti cercavano di presentare il ghetto come luogo di lavoro sottoposto al "programma di abbellimento", mentre sul fronte interno la diffusione di documentari come Il Führer regala una città agli ebrei (realizzato appunto a Terezín) contribuiva ad alimentare il razzismo antisemita attraverso il confronto tra il presunto benessere degli ebrei e le sofferenze del popolo e dei soldati tedeschi durante la Guerra. Terezín in effetti era a suo modo un ghetto "privilegiato", in cui la produzione culturale era tollerata se non incentivata e tra le numerose creazioni artistiche che vi nacquero una delle più diffuse fu Brundibár, un´operina per bambini. Composta da Hans Krása su libretto di Adolf Hoffmeister nel 1938, fu rappresentata per la prima volta nel 1941 in forma privata (presso l´orfanotrofio maschile del ghetto di Praga), a causa dell´esclusione degli ebrei dalle attività pubbliche in seguito all´occupazione nazista della Cecoslovacchia. Lo stesso anno tutti gli abitanti del ghetto, compresi gli orfani e i musicisti, furono deportati a Terezín, dove l´opera fu rappresentata per ben cinquantacinque volte, prima con il solo accompagnamento del pianoforte, poi nella versione con tredici strumentisti appositamente rivista dall´autore. Il 23 giugno 1944, proprio in occasione di una visita della Croce Rossa, ebbe luogo l´ultima recita, dopodiché tutti i protagonisti dello spettacolo vennero deportati (e gasati) ad Auschwitz. L´opera racconta la storia di due fratelli che hanno bisogno di latte per la loro madre ammalata e, per racimolare qualche soldo, decidono di cantare per strada, chiedendo offerte, ma vengono cacciati via da un musico ambulante cattivo e prepotente di nome Brundibár. Con l´aiuto di un cane, un gatto e un passerotto, i due protagonisti si alleano con tutti i bambini del quartiere e insieme riescono a far sentire la loro meravigliosa canzone, che sarà ricompensata generosamente dai passanti. Dietro questa semplice vicenda si annidano elementari simboli di un appello alla resistenza, che, se potevano sfuggire alla censura perché espressi in lingua ceca, trovavano nel vissuto quotidiano non solo la causa, ma anche una forte risonanza emotiva: «Quando cantiamo – testimoniava uno dei protagonisti – dimentichiamo la fame, dimentichiamo dove siamo. Il canto di vittoria finale ci fa sperare che sopravviveremo». Dunque Terezín non fu solo un luogo di sofferenze, ma il terreno di una lotta caparbia per la vita, per la quale non fu secondaria l´opera degli artisti che in condizioni davvero critiche cercarono di mantenere vivi i valori dell´umanità e della bellezza, rafforzando il dovere di esistere e la volontà di sopravvivere.
Nel dolore di un ricordo, dite ai vostri figli...giovedì 19 luglio 2007 0.21auschwitz_2
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca
I vostri nati torcano il viso da voi.
[da: Se questo è un uomo di Primo Levi]
Questa poesia non parla solo dell’esperienza dei lager, della Shoà, dell’efferato sterminio nazista; è una poesia che più in generale parla della Storia, di ciò che dovrebbe insegnarci, di ciò che di più tremendo sa essere l’uomo. Credo che il centro della poesia sia il quindicesimo verso, quel “meditate che questo è stato”; il centro di questa poesia si badi non è un “sappiate”, o un “ricordate”, ma “meditate”; è l’invito a non accettare di ricordare soltanto, o a conoscere e basta, ma a far tesoro invece di ciò che la storia, gli uomini prima di noi, hanno detto, fatto, commesso, è l’invito a meditare, a ragionare, e quindi a fare delle scelte, a dire, quando sia necessario, anche no, è l’invito a essere uomini.
Leggete ai vostri figli il racconto: "Disegna ciò che vedi" di Helga Weissowa.
Helga, bambina a Terezin, sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz, inizia il suo racconto in Ceco, tradotta da una interprete.
A me piaceva disegnare anche prima, come a tutti i bambini; arrivammo lì a dicembre e il primo disegno che feci era un pupazzo di neve. Fu il mio primo disegno a Terezin, fu importante perché divise in due la mia vita e fu il mio ultimo disegno da bambina.
Proprio quello che è successo a tutti bambini entrati a Terezin: da un giorno all'altro siamo diventati adulti.
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Il pupazzo di neve
Il mio primo disegno a Terezin.
Proprio questo disegno riuscii a farlo arrivare a mio padre, di baracca in baracca, e dopo alcuni giorni mi ritornò indietro; sopra mio padre ci scrisse "Disegna ciò che vedi".
Era il dicembre 1941, poco dopo il nostro arrivo a Terezin.
Pupazzo di neve sarebbe rimasto il mio ultimo disegno veramente infantile.
Spinta dalle parole di mio padre mi sentii chiamata, da quel momento in poi, a rappresentare nei miei disegni la vita quotidiana del ghetto. Queste immagini, che mi avrebbero profondamente segnato, hanno posto fine alla mia infanzia. Quasi tutti i miei disegni li ho realizzati nell’alloggio delle ragazze L410, dove avevo un posto nel piano di mezzo di un letto a castello di tre piani, proprio di fianco alla finestra, da cui vedevo la strada. Tenendo un blocco sulle ginocchia disegnavo dal mio letto tutto quello che vedevo e vivevo. Solo alcuni disegni li ho fatti all’aperto, per strada e nei cortili delle baracche. Nel trasporto verso Terezin avevo portato con me un blocco da disegno, una cassetta di acquarelli, pastelli e matite colorate. I colori mi durarono per quasi tre anni. Il prezioso blocco da disegno che avevo portato da casa era finito presto e in seguito ho usato qualsiasi tipo di carta mi fosse possibile trovare. In questo modo ho realizzato quasi 100 disegni. Accanto alle immagini che documentavano la vita quotidiana del ghetto, annotavo le mie esperienze personali.
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Nelle baracche ad Auschwitz
Ad Auschwitz, dei nudi tavolacci servivano da letti.
Dieci persone dormivano su una tavola dove normalmente ci sarebbe stato posto per quattro.
C'era una sola scodella di ministra per tutti e dieci e nessun cucchiaio.
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La selezione
Ad Auschwitz i prigionieri erano selezionati immediatamente all'arrivo e, in seguito, a cadenza periodica.
Era stabilito che i giovani e quelli forti avrebbero lavorato, mentre i vecchi, i deboli e i bambini erano mandati alle camere a gas.
I ragazzi sotto ai quindici anni non avevano nessuna possibilità di sopravvivere.
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La marcia della morte
Alla fine della guerra alcuni campi di concentramento furono chiusi per l'avanzata del fronte alleato. I prigionieri furono trasferiti in altri campi. Erano costretti a marciare a piedi, nel freddo gelido, nella neve con abiti leggeri e senza cibo. Quelli che restavano indietro o cadevano lungo la strada venivano fucilati sul posto
Quando nel 1944 fui deportata ad Aschwitz con mia madre, tre giorni dopo la partenza di mio padre per la stessa meta, lasciai i disegni e il diario in custodia a mio zio, che li murò in una parete. I disegni sono arrivati ad oggi perché mio zio sopravvisse e tornò a prenderli una volta finita la guerra.
Dopo la guerra, come tutti quelli che sono sopravvissuti, mi sono chiesta "perché proprio io?".
La vita di ognuno di noi deve avere un senso, chi è sopravvissuto ha capito che il senso della sua vita è portare la testimonianza di ciò che ha visto e vissuto; noi lo sentiamo come un dovere.
Non c’è nessuna fotografia relativa a quei giorni, pertanto i disegni ne sono l’unico documento visivo.
Ricordare per far si che il passato non cada nell’oblio, che queste cose non si ripetano, che la storia non si ripeta.
Mi fa molto male sentire alcuni storici dire che l'Olocausto non è esistito; io ne sono una sopravvissuta, io esisto ed è esistito l'Olocausto, la shoah.
I miei disegni sono una documentazione di quello che ho vissuto, di quel che è successo, di quel che ho visto accadere ad altri.
Il mio non è solo un momento di ricordo ma è anche un momento per commemorare, per ricordare con forza.
Circa 60 anni fa quando la guerra finì noi pensavamo che fosse finita per sempre, oggi invece viviamo ancora con la minaccia di una nuova guerra e chi l'ha vissuta come l'ho vissuta io ha una paura enorme, ha paura che si possano ripetere gli orrori vissuti.
Noi cosa possiamo fare contro tale minaccia?
Io spero di poter contribuire con i miei ricordi ad un mondo di pace.30 gennaio 1944, deportazione dalla Stazione Centrale di Milanogiovedì 19 luglio 2007 0.13helga054 Il 30 gennaio alle ore 18, nei sotterranei situati nella Stazione centrale di Milano al famoso 'binario 21', si terrà il memoriale delle partenze dei convogli di più di ottomila ebrei deportati verso i campi di sterminio, in particolare Auschwitz – Birkenau.
La cerimonia è stata organizzata dalla Fondazione “Memoria della Deportazione”, di cui fanno parte Comunità Ebraica di Milano, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Associazione Figli della Shoah, Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, Comunità S. Egidio, Ferrovie dello Stato, Comune di Milano, Provincia di Milano, Regione Lombardia.
Il Memoriale nasce nel luogo – l’unico conservato in Europa – in cui, da dieci anni, la Comunità di Sant’Egidio commemora con la Comunità Ebraica di Milano gli ebrei deportati.
Il 16 gennaio 2007 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha avviato le celebrazioni della ricorrenza ponendo la “prima pietra” della futura istituzione del “Memoriale dell’Olocausto” al binario 21. "Un'iniziativa di grande significato", ha commentato al termine della cerimonia sottolineando che si tratta di "una nuova forma di impegno" nella trasmissione del ricordo di "una delle più dure lezioni della storia contemporanea".
Il buio e il silenzio. Un lungo corridoio della vergogna, largo cinque metri e lungo cento, che verrà lasciato così, come era sessant´anni fa. I racconti dei sopravvissuti che rimbalzano su grandi schermi; un enorme muro su cui vengono proiettati i nomi degli 8mila deportati italiani nei campi di sterminio. E poi, laggiù in fondo, dove i treni piombati venivano sollevati fino ai binari, un periscopio che, con un gioco di specchi, mostrerà la vita. Saluti, valigie, baci, lacrime e sorrisi che, oggi come allora, migliaia di persone continuano a scambiarsi sulle banchine. Non un museo, ma un luogo vivo e aperto a tutta la città con sale per conferenze e incontri, aperto ai ragazzi delle scuole di ogni ordine, una biblioteca e un "laboratorio" di idee per difendere la dignità della persona e per produrre conoscenza e consapevolezza. «Ma se riusciremo a far percorrere questi pochi metri - spiega Emanuele Fiano, figlio di Nedo, uno dei sopravvissuti ai lager - ai giovani, li avremo fatti rientrare nella pancia di una tragedia europea che non deve essere dimenticata».
Dopo cinque anni, entro fine anno si partirà per salvaguardare un luogo unico in Europa: i lavori dureranno circa due anni.
Il 30 gennaio del 1944, su uno di quei convogli c´era anche Liliana Segre, che allora aveva 13 anni e che anche questa volta porterà la sua viva testimonianza. Alla fine si lascerà un fiore davanti ad una lapide posata dal cardinale Martini nel 1998.
Lascio qui una testimonianza di Liliana del 2003:
TESTIMONIANZA di LILIANA SEGRE
30 GENNAIO 2003
Stazione Centrale di Milano
“Ricordare quel giorno e quel momento non è facile. Io non ero mai tornata in questi sotterranei fino a quando la Liliana Picciotto, con il Libro della Memoria, non mi ha fatto vedere il mio nome, viva, tra tanti morti in quell’elenco interminabile. E poi c’è stato, in seguito a quello, il film “Memoria” e mi è stato chiesto di affrontare questo luogo un’altra volta e ho capito, in quell’occasione sconvolgente, devo dire, per me, come le cose erano andate effettivamente.
Perché quel gruppo di più di seicento persone, caricato a calci e pugni nel cortile di San Vittore (e si era preparato a partire, quel gruppo, per ignota destinazione), poi arrivato attraverso la città, era una fila di camion. Mi ricordo sempre l’angolo di via Carducci (io abitavo in corso Magenta, da bambina) e che ero in fondo a quel camion e che il telone era aperto, nonostante fosse così freddo, e che, all’angolo di via Carducci, ho visto per un attimo passare la mia casa, la mia casa di un tempo e, di colpo, mi veniva in mente la tappezzeria, a fiorellini gialli della mia casa di allora; poi non l’ho vista più e non l’ho vista mai più.
E poi siamo arrivati qui, al sottopassaggio di via Ferrante Aporti, e questa teoria di camion è entrata: era buio e siamo stati scaricati con una violenza inaudita. Eravamo sbalorditi di essere in quella situazione: ognuno aveva due o tre vestiti uno sull’altro, aveva una piccola valigia, aveva un cestino da viaggio che ci era stato distribuito poco prima, a San Vittore, e che qualcuno aveva già aperto. Era un cestino come usava allora, fino a pochi anni fa; chi l’ha aperto era rimasto esterrefatto perché c’erano sette pacchettini, sette pacchettini di latte condensato, piccolissimi, sette pacchettini di mortadella (molto ben scelta, visto che eravamo ebrei), sette pacchettini di galletta, e forse sette formaggini. E tutti avevano detto: ”sette; come mai sette?”, visto che era un viaggio verso il nulla.
Poi, quando siamo stati scaricati qui con violenza inaudita, fra latrati, fischi e i fari, nel buio del sottopassaggio. E io mi ricordavo un treno e la violenza con cui eravamo stati buttati dentro il treno e poi le porte erano state sprangate. Ma quando sono tornata qui, con Liliana e col regista Gabbai, mi è stato detto che erano due vagoni soli, per volta, e che poi ogni vagone veniva spinto su una grande piattaforma che veniva portata su, a livello dei binari.
Io credo che nessuno (e me lo ha confermato Liliana dalle altre testimonianze che ha avuto) si è accorto, in quel momento di tragica follia nostra e dei nostri persecutori, che quel rumore del treno che si muoveva fosse soltanto l’ascensore che ci portava su e che poi agganciava il vagone al treno. Erano i momenti così incredibili nella vita di una persona che credeva ancora in qualche cosa, sì di pericoloso, di triste, ma non certo in quello che poi era il viaggio preparato per noi dalla deportazione.
E parlavo proprio il ventisette a dei ragazzi, spiegando il viaggio, che è sempre per me un momento di grandissimo impatto, come posso dire, per le mie forze: ricordare il viaggio è fra le cose più tremende che posso ricordare. Che cosa è far quel viaggio da dentro il vagone…(perché in tutti i documentari, le fiction, in quello che abbiamo visto, si vede il vagone da fuori, si vedono dei visi, leggermente spinti contro le grate che schermavano quei finestrini dei carri bestiame, in cui, invece dei vitelli, al mattatoio c’eravamo noi) Ma nessuno sa cosa vuol dire, se non chi l’ha fatto e quei pochi che sono tornati a raccontare, che cos’è esser dentro il vagone, e vedere fuori: vedere fuori le stazioni (di solito deserte) e poi il paesaggio che cambia, ecco che arrivi al confine, vedi scendere i ferrovieri italiani, salire quelli austriaci e poi quelli tedeschi. E poi, come cartoline che avevamo visto d’inverno: l’Austria, prima: paesaggi civettuoli, le casette con le tendine, i camini che fumano, le chiesette, la fila dei bambini (che non sono colpevoli di essere nati, come noi) che vanno a scuola… E poi avanti, avanti, vedi sempre la neve, vedi la Foresta Nera; e poi comincia, comincia quella terra in cui dovevamo arrivare: era il viaggio per ignota destinazione.
Mi ricordo che ad un certo punto (forse eravamo già al confine dell’Alta Slesia) ci hanno fatto scendere, a due o tre per vagone (naturalmente con le mitragliatrici puntate, i fucili puntati) per prendere dell’acqua, per vuotare il secchio: era debordato già da tempo e quell’odore spaventoso di corpi, di urina aveva invaso già da tempo il vagone. Ci hanno fatto scendere a prendere dell’acqua: mi ricordo che siamo scesi mio papà ed io e un’altra persona e abbiamo letto sul vagone “Auschwitz bei Katowitz”: era scritto col gesso, lo ricordo perfettamente. E siamo risaliti sul vagone e abbiamo detto agli altri: ”Auschwitz bei Katowitz”e qualcuno sapeva Katowitz, Auschwitz non l’avevano mai sentito nominare: era lì che il viaggio è finito.
E quel silenzio, che sempre ricordo come un viatico eccezionale per le nostre anime, di tutti (anche di quelli che sono morti, specialmente), un silenzio importante, un silenzio solenne, un silenzio ormai quasi eterno… All’arrivo le porte sono state aperte con violenza inaudita e a quel silenzio si è sostituito quel rumore, che dico sempre osceno, degli assassini intorno a noi, ma tutto era partito da qui.”.
Segnalo questo sito molto interessante dove tra l’altro si può scaricare e ascoltare brani del libro "Come insegnare l'Olocausto a scuola", in formato Mp3:
http://www.binario21.org/
mi sembra che ci siano tutte le tracce. e lo hai creato in piena notte. 5 e 5 si legge!
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